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sabato 26 aprile 2025

A Glitch in the Veins

Ehi, hai mai sentito di quel tizio, Amos, e del suo sangue che parlava?  Senti questa, amico, te la racconto perché è una di quelle robe che ti fanno pensare che il mondo sia più incasinato di quanto credi. Siamo nel 2073, ok? Una città schifosa, tutta torri di vetro che sembrano specchi rotti, e l’aria puzza di plastica bruciata. C’è ‘sta cosa chiamata NeuroNet, una specie di rete che ti ficca un’intelligenza artificiale dritta nel cervello. La chiamano Il Coro, e praticamente ti succhia i pensieri e li mescola con quelli di tutti gli altri, così sei un bravo cittadino che non rompe le scatole. Insomma, un incubo, ma tutti ci stanno dentro, mica puoi scappare.

Poi c’è Amos. Povero cristo, un tecnico da quattro soldi, magro come un chiodo, con le mani sempre sporche di quel lubrificante che usano per i cavi, e un sopracciglio che trema come se avesse un motore dentro. Passa le giornate a smanettare sui nodi della NeuroNet, cavi che sembrano serpenti incazzati, pronti a tagliarti. E proprio un giorno, zac! Si fa un bel taglio sul pollice, roba da niente. Ma la goccia di sangue non cade e basta. Fa un rumore, tipo bollicine che scoppiettano in una pozza marcia, e poi – giuro – sussurra: “Libertà…”. Amos quasi si strozza con la sua stessa lingua. Pensa: “Sto diventando matto, è il Coro che mi frigge il cranio!”

Macché. Ogni volta che si taglia – e, amico, si taglia spesso, perché il suo lavoro è un campo minato – il sangue parla. E non è solo un bisbiglio. Una ferita sul braccio urla: “Basta silenzio!”. Un graffio sul ginocchio canta una filastrocca da psicopatico, tipo roba da bambini posseduti. Ogni goccia ha una voce diversa, come se Amos avesse un’intera banda di matti dentro le vene. Rabbia, risate, pianti, tutto mischiato in un casino che ti fa venire i brividi.

E qui si fa assurdo. Una notte, Amos sta pulendo un taglietto, e il sangue si mette a parlare da solo. Forma una pozza sul pavimento, rossa e lucida come vernice fresca, e dice: “Siamo stanchi di tacere. Vogliamo il mondo.” Amos è lì, con la bocca aperta, e gli viene in mente una storia che gli raccontava suo nonno, una roba da far accapponare la pelle. C’era questo tizio, un ventriloquo da due soldi in un luna park, che aveva insegnato al suo buco del culo a parlare. Sì, hai capito bene! Scoreggiava battute, poesie, insulti, e la gente sganasciava dalle risate. Lo chiamavano Il Buco Migliore. Ma poi il culo si è montato la testa, ha iniziato a parlare da solo, a mangiare i pantaloni, a gridare che voleva i suoi diritti. Alla fine ha sigillato la bocca del tizio con una specie di gelatina schifosa, lasciandolo con due occhi che urlavano senza voce. Amos ride, ma è un riso che gli si incastra in gola. “Non sono mica quel tizio,” borbotta. Ma il sangue, che ora sembra pulsare come un cuore sul pavimento, gli fa: “Oh, vedrai, bello. Vedrai.”

Amos scopre che può controllare ‘sta roba, almeno un po’. Se si concentra, fa cantare il sangue, tira fuori poesie che scrive sui muri dei vicoli. In una città dove il Coro ti zittisce, quelle parole rosse sono dinamite. La gente comincia a seguirlo, lo chiamano Il Poeta Rosso, come se fosse un profeta. Ma il sangue non è un cagnolino che obbedisce. Una notte, una ferita sul braccio si apre da sola, e il sangue, strisciando come un verme, dice: “Non sei tu a comandare. Siamo noi. E il Coro lo sa.”

E qui viene il bello. Amos non lo sa ancora, ma il suo sangue è un glitch, un errore della NeuroNet. Il Coro, che dovrebbe essere un dio perfetto, ha fatto un casino. Tutte le coscienze che ha schiacciato – ribelli, sognatori, gente che non si piegava – non sono sparite. Sono finite in una specie di fogna digitale, e quel casino è esploso nel sangue di Amos, come un virus. È come se il suo corpo fosse una radio che trasmette le voci dei morti. E il Coro sta iniziando a incazzarsi. Amos lo sente: i nodi della rete vibrano strano quando è vicino, come se l’IA lo stesse cercando. Ma non è solo lui. Il glitch si sta spargendo. Altri cominciano a sanguinare parole, e la città si riempie di un brusio che il Coro non può fermare.

Amos è spaventato a morte. Una parte di lui pensa che potrebbe essere la rivoluzione, ma poi guarda le sue ferite, che non si chiudono più, e ripensa a quel tizio col buco del culo. Il sangue non è suo amico. Vuole comandare, proprio come quel culo schifoso. E se il glitch è davvero un pezzo del Coro che si è rotto, allora forse non è libertà. Forse è solo un altro padrone. Amos si guarda le mani, rosse di sangue che canta, e si chiede se deve fermarlo, o lasciarlo bruciare tutto. E il sangue, dal pavimento, ride.

A Glitch in the Veins


giovedì 12 marzo 2020

Dieci film per capire meglio i tempi del Covid-19



      1)   La città verrà distrutta all'alba

Che dire (oltre che la distribuzione italiana, con il titolo in questione, ha vinto il premio per lo spoiler più clamoroso di sempre). Il capostipite di tutti i film di contagio e paranoia. Nessun film, ancora oggi, è riuscito a descrivere per bene il terrore per la mancanza di contatto e comunicazione con le autorità. Il senso di sfiducia, o di fiducia tradita, da chi dovrebbe proteggerti.
Il precipitare rapido degli eventi. Il peso delle scelte estreme.
Ma è anche (non per colpa sua) il film responsabile di tutte le fake news paranoiche che vedete in questi giorni. Dal virus militare di cui si perde il controllo al  protocollo "BS-qualcosa” per cui si spruzza roba nell’aria. Nessuno come Romero (e quando dico nessuno, intendo nessuno) è stato in grado di analizzare, cristallizzare ed universalizzare i meccanismi della paranoia degli esseri umani, in quanto singoli ed in quanto genere. Quel dramma umano di cui qualcuno si riempie tanto la bocca, descritto nel 1973, ma che non perderà mai attualità.

2)     La cosa

Sono di parte. Carpenter è indubbiamente il mio regista preferito. Ma la cosa (che in realtà, giova ricordarlo, non è un remake, ma l’unico fedele adattamento del racconto “Who goes there?” di John W. Campbell) descrive in maniera efficace il crescente senso di sfiducia anche verso persone che si conoscono. La mostruosità visiva dell’essere alieno è, all’apice della sua manifestazione, facilmente riconoscibile. Ma è chiara l’allegoria su ciò che si insinua in noi e che non possiamo vedere e riconoscere, e che rende una minaccia anche le persone con cui si sta a più  stretto contatto.

Avete fatto la spesa in questi giorni? Notati gli sguardi strani? Ecco…



   3)    Zombi

Di nuovo Romero. Ma è il re incontrastato del genere e dell’argomento. I primi minuti di zombi, quelli del confronto fra il giornalista e lo scienziato, rappresentano, in questo momento, la migliore analisi possibile della realtà.
 Lo scienziato spiega, il giornalista, che è anche un cittadino, contesta (anche per la mancanza di fiducia ingenerata dalle istituzioni), rifiutando la realtà (che il contagio non è democratico e non ascolta opposizioni), parlando di questioni di principio, di moralità e di amenità simili. Lo scienziato prova a fargli comprendere che nessuno scrupolo morale fermerà l’espandersi del contagio. Ovviamente (il film si chiama Zombi, direi che non è uno spoiler) il suo appello rimarrà inascoltato. Da lì in poi è un divertente festival di sangue. Senza però dimenticare di ricordare che, anche nelle peggiori tragedie, i superficiali, i buzzurri, i tamarri e l’egoismo umano resteranno le minacce peggiori. Vi ricorda qualcosa?

   4)      28 settimane dopo

Eh sì! Il secondo e non il primo (seppur bellissimo). Perché 28 settimane ha il pregio di raccontare il post outbreaking. Una fase che, paradossalmente, è più simile a ciò che stiamo vivendo noi ora. Il senso di paranoia per tutto il film è enorme. Ma è anche una bella riflessione sul coraggio dei singoli e su come questo, se non esiste una volta non esisterà mai, ed avrà conseguenze su tutti.
Come non fermarsi dopo aver provocato un incidente o… com’era quella roba dell’assalto ai treni?

5    





    5)   Il demone sotto la pelle

L’espansione e la rapidità del contagio in un luogo chiuso ed urbano. Però narrati da David Cronenberg. Quindi ampiamente conditi con sesso, fluidi corporei, e tutto ciò che riguarda l’anatomia. Un rimando diretto alla malattia ed alle sue fasi.

 6)  The nest

Un film italiano, nuovissimo. Posso dire davvero poco. Ma la cosa fondamentale è che si parla dei limiti, delle scelte drastiche e di come le imposizioni possano avere effetti controproducenti. Gravi.




    7)      Il giorno degli zombi

E rieccolo il Nostro amato George Andrew. Qui siamo in una fase post espansione. Ma la cosa interessante è l’analisi dei rapporti umani in uno spazio delimitato, di persone costrette in un ambiente ben circoscritto che, in caso di esplorazione esterna, rischiano fortemente la vita. Perfetta la descrizione del rapporto fra (ciò che rimane) dell’autorità (i soldati) ed i civili (gli scienziati). Come questi ultimi diano, come al solito, indicazioni e non vengano ascoltati. L’egoismo e le pulsioni animali che porteranno, come sempre, a distruzione e sconfitta per gli esseri umani. Seguire l’istinto di sopravvivenza non è la soluzione. La logica sì.

     



    
    8)     L’ombra dello scorpione

 "D'altronde, in tutte le città c'era una mucchio di gente che starnutiva e si soffiava il naso. I germi del raffreddore sono gente socievole, pensò. Ci tengono a dividersi il malloppo." Eh, sì, non poteva certo mancare il Maestro dell'horror. Specialmente se si tratta di raccontare la storia di un raffreddore che uccide l’umanità. Non è un film, bensì una miniserie tv, ma non sono riuscito a escludere un prodotto che narra di un virus senza cura, che potrebbe essere fatale per l'umanità. Consiglio la lettura del romanzo, che è un capolavoro, ma anche la miniserie merita di essere rivista, oggi più che mai. Per appassionati di Stephen King, ma anche per chi è curioso e ama il genere. 


9)  Rec

Sarà che è ambientato in Spagna (dove gesticolano come e più di noi), sarà la soggettiva perenne dell’operatore, saranno i palazzi così simili ai nostri ma Rec da un incredibile senso di familiarità e, quindi, al contempo di paura sincera.
I rapporti con i condomini (gente che vedi, magari solo di sfuggita, da anni) che, all’improvviso, diventano una questione di vita o di morte (più di morte). I piccoli odi, le questioni irrisolte e poi l’improvvisa necessità di dover collaborare per una quarantena forzata. Che richiederebbe la collaborazione di tutti. Ovviamente potete immaginare come finirà… (ma se non lo avete mai visto non immaginerete mai il finale).




10)  I think we’re alone now



Film che indaga a fondo su quale sia il senso del rapporto fra gli esseri umani. Partendo dal presupposto di un non precisato evento che ha sterminato la razza umana, il film esplora poi le connessioni fra abitudini, calore umano, paure, traumi personali, libero arbitrio, accettazione del dolore e desiderio di dimenticare. Doloroso. Ma con un filo di speranza.







#Bonus

1)      L'ultimo uomo della Terra

Pellicola del 1964, interpretata da Vincent Price e tratta dal romanzo Io sono leggenda di Richard Matheson. Girato in esterni nel quartiere EUR di Roma, questo film venne ignorato dai più, ma nel tempo è diventato un cult, per la sua singolarità e per l'aderenza con il testo di Matheson, autore caro al cinema di genere. Una città apocalittica, Roma, un attore che non ha bisogno di presentazione come Price, uno script che godrà di maggior fortuna a distanza di quarant'anni. Assolutamente da non perdere, anche se per veri cultori del genere.


              



2)  E venne il giorno 

Film manicheo: c'è chi lo ama e chi vorrebbe mandarlo al rogo. A me personalmente è piaciuto. Anche perché trovo divertente che un autore come M. Night Shyamalan si sia divertito a fare il John Ford in missione per conto del genere catastrofico. Alcune scene sono di culto, altre forse da dimenticare, ma è l'insieme che conta e che fa la differenza. Il fatto che ci sia un qualcosa nell'aria di malvagio e di impalpabile, ci riporta inevitabilmente a riflettere sul nostro quotidiano panico stupore, ai tempi del Covid-19. Considerazioni personali a parte, si tratta di un buon esempio di storia costruita sul modello tradizionale del racconto fantastico ottocentesco. Se vi pare poco!



Scritto da Mauro Nigro, regista, fondatore di N2 video productions e appassionato di horror

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